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Casa, piazza e mercato dal "volto umano". La Spagna ci dice che il campo largo non basta.

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  Da anni passo le giornate tra assemblee, volantini, libri, e di una cosa sono certo: se il mercato è il “padrone di casa”, i decreti d'emergenza servono a poco . Da dove parte la rivolta La scintilla è stata lo sfratto di Maricarmen Abascal, 87 anni, che viveva da 70 in una casa di Madrid. Le proteste sono partite dopo lo sfratto e sono presto diventate una critica alla crisi abitativa in generale, con migliaia di persone accampate a Puerta del Sol , il luogo simbolo del 15-M. Ma la scintilla è diventata incendio perchè in dieci anni il prezzo medio degli affitti al metro quadro è quasi raddoppiato, e gli affitti turistici e i fondi speculativi sono indicati tra i responsabili dell'aumento dei prezzi. Secondo i sondaggi la casa è la prima preoccupazione degli spagnoli, soprattutto dei giovani. A organizzare non sono i partiti. Il motore è il Sindicato de Inquilinas, sindacato degli inquilini, che promuove le proteste e ha già lanciato l'appello allo sciopero generale...

La catena di gestione della crisi industriale

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  Quando una fabbrica entra in crisi, tutti fanno le proprie analisi. “La guerra, i mercati, l'energia, la concorrenza”, quasi nessuno si chiede chi, in concreto, tiene in mano la crisi. Chi decide quali reparti chiudere, quali prodotti lanciare, dove spostare le linee, chi mandare a casa e per quanto tempo? In Italia questo potere sta quasi interamente da una parte sola. Sono le imprese a decidere piani, tempi e modi della ristrutturazione, con un criterio che non è l'interesse del territorio né quello dell'occupazione, ma la protezione del margine di profitto. Gli altri arrivano dopo, a decisioni già prese. Il sindacato viene informato, le istituzioni convocano un tavolo, e lo Stato al massimo chiede di "fare il possibile". Una vera politica industriale, che dica cosa produrre, dove e con quali vincoli, non c'è. C'è la gestione continua dell'emergenza sociale. In questo modo i costi della crisi diventano collettivi ma il potere decisionale resta p...

FABBRICHE SOSPESE . QUANDO L'ATTESA CONSUMA CHI LAVORA

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Ammortizzatori prorogati senza piano industriale, formazione che non arriva, rappresentanze che non rappresentano. Cosa succede a chi lavora in una fabbrica sospesa, e cosa si può fare per uscirne Immaginate un reparto come tanti. Le macchine ci sono, i turni anche, ma qualcosa non torna. Ogni tanto si firma una proroga della cassa integrazione o del contratto di solidarietà, ogni tanto qualcuno assicura che "il piano industriale sta arrivando", ma questo puntualmente non arriva. I corsi di formazione restano una chimera, gli impianti invecchiano insieme ai lavoratori. E quando ci si rivolge ai rappresentanti sindacali interni, la risposta è quasi sempre vaga. La crisi persiste ma non viene esplicitamente dichiarata dentro i cancelli dello stabilimento. È qualcosa di più sottile, una perenne attesa del nulla. Chi ha passato decenni in fabbrica conosce la differenza tra un fermo con una prospettiva e una sospensione senza sbocco. Nel primo caso si sa che cosa si aspetta. Nel ...

Lavoro e ricatto. Osnabrück, la Guerra contro la working class

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  Germania, bassa Sassonia, stabilimento Volkswagen. Il destino di migliaia di famiglie viene deciso in un consiglio d'amministrazione, tra un fondo d'investimento e uno Stato, senza che nessuno abbia mai chiesto agli operai se vogliono passare il resto della loro vita lavorativa a costruire strumenti di morte. Questo momento è arrivato a Osnabrück. Centoventicinque anni di storia industriale, migliaia di lavoratori, generazioni che hanno costruito automobili, un bene quantomeno discutibile in un mondo che dovrebbe smettere di bruciare petrolio, ma pur sempre un bene di pace. Tutto questo viene ora piegato a un disegno diverso e la fabbrica passa nelle mani del fondo Aurelius e dello Stato tedesco per produrre componenti di sistemi d'arma, in una filiera legata a Rafael, colosso israeliano della difesa. Non riconversione ecologica, niente “transizione giusta” ma riconversione bellica. Il ricatto occupazionale come arma di classe Il solito schemino. Si porta un'azien...

Il Caso Taranto e i lavoratori usati come totem. Un teorema che comincia a scricchiolare.

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  C'è una scena che si ripete a ogni crisi industriale italiana, sempre uguale a se stessa. il totem viene issato, le telecamere si accendono, e per qualche settimana i lavoratori diventano come reliquie. Poi il totem torna in fabbrica dove la realtà è completamente differente e fuori si ricomincia a parlare d'altro. La Corte d'Appello di Milano ha appena confermato la chiusura dell'area a caldo dell’ex Ilva di Taranto entro il 28 ottobre e il diritto alla salute è stato dichiarato prevalente su quello di esercitare l'attività d'impresa, ed il rito si ripete puntuale. Solo che stavolta, forse, qualcuno dovrebbe accorgersi che il totem ha le gambe che scricchiolano. Siamo chiari: quando 28 aziende dell'indotto avviano le procedure di licenziamento per 2.500 persone in previsione della chiusura dell'area a caldo entro ottobre, non c'è ironia che tenga. È un dramma vero, fatto di mutui e di stipendi che non arrivano. Ma proprio perché è un dramma v...

Ilva Taranto: l'appello di Stefano Sibilla del sindacato LMO (Lavoratori Metalmeccanici Organizzati) e i nodi che restano aperti

nota di COLLETTIVO OPERAIO MO AVAST! BARI Davanti alla portineria D dello stabilimento, l'11 settembre, Stefano Sibilla, rappresentante sindacale di LMO, Lavoratori Metalmeccanici Organizzati, e lavoratore Ilva da 23 anni, ha girato un video che in poche ore ha fatto il giro dei gruppi e delle pagine social di Taranto. Vale la pena partire da lì, perché quel video dice qualcosa di più di un semplice appello, e perché si intreccia direttamente con quanto avevamo scritto nei giorni scorsi sulla vertenza. Cosa dice il video Sibilla parla a nome proprio, ma anche a nome di chi «non ha mai parlato, non ha mai denunciato» in tutti questi anni. Ringrazia gli avvocati che hanno seguito le cause legali, l'Associazione Genitori Tarantini, e i cittadini che si sono costituiti parte civile, undici, ricorda, più il piccolo Andrea. Sono i nomi di una battaglia legale lunga vent'anni, che ha portato fino alla Corte Europea per il diritto alla vita e alla salute di lavoratori oggi non ...

Una Sinistra (senza) Rotta. Il "Campolarghismo" politico e sindacale.

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di Collettivo Operaio Mo Avast! Bari C'è un cancello, nella zona industriale di Modugno, che racconta meglio di qualsiasi comunicato la verità di questi giorni. Prima una catena e due lucchetti, poi rimossi in fretta per non dare troppo nell'occhio. Poi, silenziosamente, una serratura nuova di zecca. Nessun annuncio, nessuna assemblea, nessuna trattativa. Solo un pezzo di metallo che parla più chiaro di qualunque tavolo istituzionale. È lì, proprio in quella serratura, che si misura il rapporto di forza reale tra capitale e lavoro alla Brovedani, ed è lì che bisognerebbe partire per capire quanto sia fuori fuoco l'intera geografia politica e sindacale che in questi giorni si affanna a commentare la vicenda, dal PRC provinciale fino ai vertici nazionali della Fiom. Perché bisogna prenderne atto senza grandi discussioni che i cosiddetti datori di lavoro non discutono ma comunicano. Non trattano, informano. Arrivano al tavolo già con la sentenza scritta. Il cliente ha ritira...