Casa, piazza e mercato dal "volto umano". La Spagna ci dice che il campo largo non basta.


 Da anni passo le giornate tra assemblee, volantini, libri, e di una cosa sono certo: se il mercato è il “padrone di casa”, i decreti d'emergenza servono a poco.

Da dove parte la rivolta

La scintilla è stata lo sfratto di Maricarmen Abascal, 87 anni, che viveva da 70 in una casa di Madrid. Le proteste sono partite dopo lo sfratto e sono presto diventate una critica alla crisi abitativa in generale, con migliaia di persone accampate a Puerta del Sol, il luogo simbolo del 15-M. Ma la scintilla è diventata incendio perchè in dieci anni il prezzo medio degli affitti al metro quadro è quasi raddoppiato, e gli affitti turistici e i fondi speculativi sono indicati tra i responsabili dell'aumento dei prezzi. Secondo i sondaggi la casa è la prima preoccupazione degli spagnoli, soprattutto dei giovani.

A organizzare non sono i partiti. Il motore è il Sindicato de Inquilinas, sindacato degli inquilini, che promuove le proteste e ha già lanciato l'appello allo sciopero generale. Chiede misure strutturali ossia il divieto permanente di sfratto per le persone vulnerabili, il blocco dei prezzi, il rinnovo automatico dei contratti. In sostanza porre fine alla speculazione degli affitti.

Il decreto arrivato tardi

Sánchez ha risposto con due decreti, e il 2 ottobre il Congresso li ha bocciati: PP e Vox, con il voto decisivo dei sette deputati di Junts. I difensori del premier hanno un argomento serio. Senza maggioranza, il governo dipende da partiti regionali, e Junts aveva già affossato un precedente decreto votando con le destre.

Ma è proprio questo il punto. Un governo che si dice progressista, in carica da anni, ha scoperto l'emergenza casa dopo che una vecchia signora è finita in strada davanti alle telecamere. Fino a quel momento la linea era attendere, trattare, mediare, non disturbare gli equilibri. E la sinistra più radicale rimprovera al PSOE, non da oggi, di aver lasciato intatto il cuore del problema, cioè una casa trattata come asset finanziario e non come diritto. Perfino la stampa non certo rivoluzionaria nota che i politici progressisti sono andati in piazza in massa, quasi a volersi redimere dalle proprie colpe. Chi governa e poi manifesta contro se stesso fa parte del problema, non della soluzione.

Sánchez come simbolo del campo largo

Il linguaggio dei diritti civili, qualche misura palliativa, e nessuna rottura con il perimetro economico e militare. Nel modello di Sánchez il conflitto sociale non viene sconfitto, viene assorbito. Si portano dentro la maggioranza le forze alla propria sinistra, si riconosce la ragione dei movimenti, si smorza la spinta. Il 15-M ha finito, in parte, per riempire i ministeri. Il risultato è che la piazza torna dieci anni dopo, e non ha più nessuno da votare che non sia già dentro il recinto.

Il campo largo italiano è la stessa operazione, con meno pudore e con un'aggravante. Il suo perno, il PD, non è un partito che ha dimenticato la working class per strada, ma quello che ne ha scritto le sconfitte in Gazzetta Ufficiale. Il Jobs Act, la riforma Fornero votata dentro la maggioranza Monti, i decreti Minniti e il memorandum con la Libia sono la sua storia, non una parentesi. Chi sta nel campo largo alla sinistra del PD sembra aver dimenticato tutto in nome del pericolo delle destre, e sembra rinviare ogni programma a dopo la vittoria. Il "dopo" non arriverà mai, come sa chi ha visto Taranto passare da un governo all'altro con lo stesso decreto in tasca.

A rendere possibile questo copione è anche la crisi plumbea del sindacalismo italiano. I salari reali sono fermi da trent'anni, tra i peggiori d'Europa. La concertazione ha trasformato le organizzazioni in interlocutori istituzionali, più abituati ai tavoli che ai picchetti. Quando la CGIL ha provato a ribaltare il Jobs Act per via referendaria, e chi scrive è stato coordinatore di un comitato referendario di fabbrica, il quorum non è stato raggiunto. Non perché il problema non esistesse, ma perché la rappresentanza reale era già svuotata. La fiducia nel voto come strumento e nel sindacato come difesa si era consumata molto prima.

Questo è il punto di contatto con la Spagna, e anche la differenza. Lì i sindacati maggioritari, integrati nella concertazione col governo, non sono stati l'avanguardia della rivolta sulla casa che invece è stata guidata dal sindacato degli inquilini, nato fuori dal recinto, organizzato per quartiere e per vertenza. In Italia quel soggetto non c'è ancora, e il campo largo prospera proprio nel vuoto. Finché la rappresentanza sociale resta debole, i partiti possono cooptare simboli senza pagare il conto. Un segretario sindacale in prima fila nella manifestazione, un'alleanza programmatica, un emendamento di bandiera. Per chi sta in cassa integrazione o in contratto di solidarietà, per chi ha un contratto in scadenza, o un contratto in un appalto senza diritti, la politica è solo un'attesa gestita da altri.



Taranto, la stessa storia

Chi ha vissuto Taranto riconosce lo schema. Anche lì la contraddizione tra diritto alla salute e diritto al salario è stata governata per anni a colpi di decreti d'urgenza, salvataggi, scudi, proroghe, commissari. Governi di ogni colore, centrosinistra compreso, hanno voluto tenere in piedi l'impianto, scaricare i costi sui corpi e sui territori, promettere la transizione "più avanti". I comitati cittadini, i genitori, gli ambientalisti, i sindacati di base sono stati ascoltati, a volte invitati ai tavoli, quasi mai ascoltati davvero. Per chi sta in cassa integrazione il tavolo è uguale al decreto spagnolo, cioè una forma di riconoscimento che serve a placare, non a cambiare i rapporti di forza. A Madrid come a Taranto la domanda è la stessa: chi decide, e per il profitto di chi?

La cooptazione e le sinistre "radicali"

Resta la questione scomoda. In Spagna Sumar è nel governo, e Podemos, che da quel recinto è uscito, paga comunque il prezzo di una credibilità logorata. Chi ha governato con il PSOE si è trovato a rivendicare come conquista ogni briciola ottenuta, e a difendere ciò che non ha potuto cambiare. Chi è uscito ha scoperto che la fiducia, una volta spesa, non si recupera con un cambio di posizione. Il risultato è una sinistra che ha smesso di essere credibile come alternativa, proprio quando una generazione intera scende in piazza per la casa.

In Italia il copione si ripete. Nel 2022 AVS è entrata nella coalizione guidata dal PD, la stessa del Jobs Act, della Fornero e dei decreti sicurezza e immigrazione, con l'argomento classico del condizionare dall'interno, fermare le destre. Il risultato fu un gruppo parlamentare ottenuto anche grazie ai collegi concessi dal Nazareno, e una voce che da allora si sente quando ci si può permettere di dissentire e si attenua quando si tratta di rompere. Non basta una dichiarazione in conferenza stampa. Si condiziona dall'interno solo se si ha forza propria fuori. Quando il tuo peso in piazza si dissolve nella coalizione, non condizioni nessuno anzi legittimi.

Rifondazione Comunista conosce questa storia meglio di tutti, perché l'ha vissuta sulla propria pelle. L'esperienza del governo Prodi tra il 2006 e il 2008, con i voti sulle missioni militari, il mancato superamento della legge 30 e una riforma delle pensioni lontana dalle promesse, si chiuse con l'uscita dal Parlamento e con anni di frantumazione organizzativa. Una lezione che sembrava chiara: la sinistra che si fa garante di una maggioranza moderata paga il conto da sola. Eppure oggi si assiste a un nuovo ondeggiare tra la rivendicazione di autonomia, la tentazione di intese locali e il richiamo alle alleanze "progressiste" quando si avvicina il voto. Sul piano nazionale, nel 2022 Rifondazione ha scelto la strada di Unione Popolare, restando fuori dalla coalizione del PD. Ma quella scelta si è rivelata, priva di radicamento reale e di un'organizzazione sociale capace di reggerla, è finita sotto la soglia di sbarramento e non ha lasciato nulla di duraturo. Il problema non è l'autonomia in sé, ma l'autonomia dichiarata e non costruita. Una lista elettorale senza movimento sotto non è un'alternativa, è una testimonianza e chi scrive, seppur da indipendente, è stato candidato alla Camera dei Deputati per quella formazione politica.

E il voto utile si presenta puntuale a ogni scadenza, giustificato dal pericolo delle destre, che è reale, ma che diventa la leva con cui si chiede alla sinistra di rinunciare a sé stessa. Il paradosso è che ogni ripetizione di questo passaggio rafforza proprio ciò che dice di combattere. Se l'unica sinistra possibile è quella dentro il recinto, allora chi è fuori dal recinto, i giovani senza casa, i precari, i cassintegrati, gli operai di Taranto, i lavoratori in contratto di solidarietà, non ha più nessuno a cui rivolgersi, e l'astensione o la destra raccolgono il malcontento. Ripetere nel 2027 lo schema del 2022 sarebbe un duro colpo per la sinistra intera, non solo per chi lo sceglie. Consegnerebbe all'elettorato l'ennesima prova che "radicale" vuol dire "alleato", e che le battaglie sociali si fermano dove cominciano i collegi uninominali.

La lezione spagnola è che le piazze non hanno aspettato nessuna autorizzazione. Il sindacato degli inquilini non è un partito e non vuole esserlo. Per chi si sente a sinistra del PD, la strada non è un'altra coalizione, ma ricostruire organizzazione sociale autonoma, nei quartieri, nelle fabbriche, nelle vertenze. Il resto sono decreti.

Felisiano Bruni. Collettivo Operaio Mo Avast! Bari

Commenti

Post popolari in questo blog

Taranto non è sacrificabile. L’ex ILVA tra ambiguità ed eterni ricatti.

Lavoro e ricatto. Osnabrück, la Guerra contro la working class

Una Sinistra (senza) Rotta. Il "Campolarghismo" politico e sindacale.