Taranto non è sacrificabile. L’ex ILVA tra ambiguità ed eterni ricatti.
La vicenda dell’ex ILVA di Taranto è la tragica dimostrazione di un vicolo cieco sistemico. L’incompatibilità imposta, all’interno del modello industriale capitalistico e statale italiano, tra il diritto fondamentale alla salute e il diritto al lavoro e al salario.
Questo nodo oggi giunge ad un momento cruciale dal punto di vista politico e sociale. Da un lato, la dimensione del disastro epidemiologico emerge con la forza indiscutibile della letteratura scientifica, dall’altro, il dibattito sulle prospettive dell'impianto si dibatte tra via giudiziaria ed un'illusione di una transizione ecologica incruenta. In questo quadro, le posizioni espresse dai vertici sindacali confederali, e in particolare la recente presa di posizione del Segretario Generale della FIOM Michele De Palma, mostrano tutte le crepe di una linea politica incapace di uscire dalla subalternità alle logiche di mercato e d'impresa.
La dimensione del disastro sanitario: l'allarme epidemiologico di Maurizio Rizzo Striano
Per comprendere la gravità della situazione occorre partire dai dati e dalla valutazione medico-scientifica richiamata su un post facebook dall'avvocato tarantino Maurizio Rizzo Striano. L'argomentazione centrale poggia su un fatto tossicologico e clinico incontestabile. Le patologie tumorali legate all'esposizione a sostanze nocive e ad agenti cancerogeni (in primo luogo le fibre di amianto e gli idrocarburi policiclici aromatici generati dalle cokerie e dall'area a caldo) presentano tempi di latenza estremamente lunghi, che possono estendersi fino a 40 anni dalla cessazione effettiva dell’esposizione.
Applicata ai lavoratori ed alle lavoratrici che hanno operato e operano nel perimetro dello stabilimento di Taranto, questa evidenza scientifica conduce a proiezioni drammatiche, anche nell'ipotesi in cui l'esposizione alle sostanze tossiche venisse azzerata immediatamente. La prosecuzione dell'attività produttiva nelle condizioni attuali dell'area a caldo non farebbe che peggiorare linearmente questa stima, condannando un numero ancora maggiore di persone a future patologie invalidanti o mortali.
Di fronte a questo quadro, Rizzo Striano evidenzia come la narrazione politica e sindacale improntata alla ricerca di una "decarbonizzazione" di là da venire si traduca nei fatti in una copertura oggettiva della continuazione del danno. La rivendicazione d'attacco che ne consegue riguarda l'esigenza di una legge speciale dello Stato che intervenga a tutelare i lavoratori sul piano previdenziale, assistenziale e della sorveglianza sanitaria obbligatoria. Un intervento che, oltretutto, risponderebbe a un criterio di razionalizzazione della spesa pubblica, prevenendo la sequela di contenziosi risarcitori a cui lo Stato si troverà inevitabilmente esposto nei decenni futuri.
La complessità del contesto politico: il rischio "Bagnoli"
Se la diagnosi sanitaria di Rizzo Striano è inoppugnabile, l'individuazione dello sbocco strategico richiede un'analisi altrettanto rigorosa dei rapporti di forza sul terreno sociale.
La sola parola d'ordine della "chiusura per via giudiziaria" o dell'applicazione meccanica delle sentenze, se svincolata da una vertenza politica di massa gestita direttamente dai lavoratori, rischia di riprodurre dinamiche già viste nella storia industriale del Paese.
Il richiamo alla vicenda dell'ex ITALSIDER di Bagnoli a Napoli è paradigmatico. La dismissione dell'impianto senza una forza sociale organizzata in grado di determinare e controllare la fase successiva ha prodotto decenni di paralisi, speculazioni mancati e bonifiche incompiute, lasciando la comunità locale priva sia della salute che del lavoro.
In questa cornice, la critica mossa da settori del movimento e dei comitati ambientalisti non solo alle burocrazie sindacali, ma allo strumento stesso dello sciopero, rivela un cortocircuito tattico. Chi scrive sa, da attivista sindacale che ormai quando i lavoratori aderiscono alle astensioni dal lavoro o scendono in piazza sono sistematicamente incanalati dalle sigle sindacali e quindi non lo fanno per un'adesione ideologica alla linea delle segreterie, ma per difendere la propria immediata sussistenza economica in assenza di alternative concrete. In questo modo lo sciopero ingrandisce il solco tra la comunità territoriale e la classe lavoratrice della fabbrica, rafforzando esattamente le posizioni dei vertici burocratici.
L'ambiguità strutturale della burocrazia sindacale
L'intervento del Segretario Generale della FIOM-CGIL, Michele De Palma, pubblicato sulle pagine del Corriere della Sera, si inserisce esattamente all'interno di questa contraddizione, confermando le debolezze strutturali della linea adottata dal sindacato confederale.
Affermare che "l'Italia ha bisogno di Taranto e Taranto ha bisogno dell'Italia" significa riproporre la centralità dell'interesse industriale e dello sviluppo capitalistico nazionale sopra ogni altra considerazione. Il dogma della "sovranità industriale" sul settore dell'acciaio diventa la giustificazione ideologica per mantenere attivi i reparti, subordinando la salvaguardia della vita umana alle esigenze della filiera manifatturiera.
La FIOM continua a sostenere la fattibilità di un'equazione in cui l'attuale assetto produttivo si converta gradualmente verso la "decarbonizzazione" senza intaccare i livelli occupazionali. Questa posizione ignora volutamente sia i tempi stringenti della crisi sanitaria e dei dati di latenza tumorale, sia la mancanza di investimenti tecnologici reali e immediati in grado di azzerare la nocività a breve termine.
L'appello lanciato a "imprenditori seri" e agli "acciaieri italiani", unitamente all'invocazione di un intervento statale ai sensi dell'articolo 41 della Costituzione, dimostra come la FIOM non concepisca lo Stato come garante della salute pubblica o della riconversione sociale, bensì come ammortizzatore delle perdite private e facilitatore dell'ingresso di nuovi gruppi industriali.
La posizione della FIOM evita di porre una linea rossa sulla fermata dei reparti nocivi e continua a promuovere un modello di mediazione che scarica l'impatto ecologico e sanitario sulle maestranze e sulla cittadinanza.
Dalla contrapposizione alla ricomposizione di classe
Per uscire dalle secche di un dibattito paralizzato tra la prosecuzione dell'attività inquinante e la deindustrializzazione, si impone la costruzione di una piattaforma che ricomponga il fronte tra lavoratori della fabbrica e comunità territoriale per far diventare Taranto il paradigma europeo di una visione economica e sociale plurale, che abbandoni i vecchi schemi per abbracciarne nuovi.
Una prospettiva in grado di superare sia l'attendismo della FIOM sia i limiti dell'approccio unicamente giudiziario si deve articolare su assi chiari.
Riconoscere il dato epidemiologico esposto da Rizzo Striano e pretendere una legislazione d'emergenza che garantisca uscite anticipate, prepensionamenti e copertura previdenziale integrale per tutti i lavoratori esposti al rischio tossicologico.
La chiusura delle fonti inquinanti non deve tradursi solo in un licenziamento. Tutta la forza lavoro impiegata nel perimetro industriale deve essere garantita dallo Stato e impiegata direttamente nei cantieri di bonifica, risanamento e ripristino ambientale del territorio tarantino, con il mantenimento dei livelli salariali e dei diritti contrattuali.
Per impedire che la bonifica si trasformi nel "modello Bagnoli" o in un canale di speculazione per aziende terze, la pianificazione e l'esecuzione dei lavori di risanamento devono essere sottoposte al controllo diretto di comitati di lavoratori, tecnici indipendenti e organizzazioni territoriali.
Solo legando l'uscita dalla produzione nociva alla garanzia del reddito e all'impiego diretto degli operai nella bonifica del territorio sarà possibile abbattere il muro del ricatto occupazionale, smascherare l'inconsistenza delle burocrazie sindacali e restituire alla classe lavoratrice e alla città di Taranto una reale prospettiva di riscatto.
COLLETTIVO
OPERAIO MO AVAST! BARI

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