Se l’auto tedesca starnutisce, l’Italia prende l’influenza. Anche l’Italia paga il conto della crisi tedesca dell’automotive.
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Quando un gigante dell’auto
come BMW annuncia un piano di "trasformazione strutturale",
la notizia viene impacchettata con il tipico gergo felpato dei
bilanci aziendali. Si
parla di 8.000 posti in meno entro il 2027, uscite su base
volontaria, nessun licenziamento drastico e un bel risparmio da un
miliardo all'anno dal 2028. Sembra quasi un’operazione di
manutenzione ordinaria, un passaggio indolore.
Ma
la realtà è molto
meno ovattata. Non
è una semplice riorganizzazione interna ma un’autentica valanga
che travolge la Germania e finisce per colpire le fabbriche
italiane.
I
conti che non tornano in Italia
L’idea
che il ridimensionamento e la crisi dell'auto tedesca siano un
problema confinato oltre le Alpi, ristretto ai soli quartieri
generali di Monaco, Stoccarda o Wolfsburg, è un'illusione
consolatoria ma molto pericolosa. La manifattura italiana e
l'industria tedesca sono legate da un cordone ombelicale industriale
profondo e viscerale, frutto di decenni di integrazione produttiva.
Oltre il 20% di tutto l'export della componentistica automotive
italiana è destinato direttamente alla Germania. In termini concreti
e finanziari, significa che ogni cinque euro fatturati dalle nostre
aziende esportatrici di settore, un euro proviene in modo diretto
dalle catene di montaggio e dai contratti di fornitura siglati con i
colossi tedeschi.
Questa interdipendenza significa che
qualsiasi minima oscillazione o rallentamento della domanda a
Stoccarda o in Baden-Württemberg si ripercuote immediatamente, a
cascata, nel cuore pulsante dell'industria italiana. Non parliamo di
dinamiche astratte o di numeri su un foglio di calcolo, ma della
quotidianità operativa che attraversa l'asse manifatturiero che va
dal Piemonte alla Lombardia, fino all'Emilia-Romagna e alla Puglia.
Quando una linea di montaggio in Germania elimina un turno o rallenta
i ritmi di produzione spesso l'effetto domino si scarica nell'arco di
poche ore nei capannoni di Torino, Brescia, Bergamo, Bologna e
Bari.
Chi produce impianti frenanti di precisione,
componenti meccaniche, cablaggi elettrici, stampi in alluminio o
minuteria metallica non scopre la crisi leggendo i titoli dei
giornali finanziari ma la tocca con mano ogni giorno quando guarda le
griglie di pianificazione della cassa integrazione. La vive nel
silenzio delle linee ferme, negli spostamenti di personale da questa
a quella linea e soprattutto nelle prime ore dei gironi in cui rimane
a casa senza lavorare. Per centinaia di piccole e medie imprese della
subfornitura, la contrazione degli ordini tedeschi non rappresenta
soltanto una flessione del fatturato, ma una minaccia diretta alla
sopravvivenza stessa delle fabbriche, dei posti di lavoro e delle
comunità locali che su quella filiera hanno costruito la propria
stabilità.
Le
multinazionali e la "trappola cinese". Il caso BMW.
Per
capire la radice di questo scossone bisogna guardare a Oriente. Per
anni BMW ha considerato la Cina come un mercato di sbocco, base
produttiva e laboratorio tecnologico tutto in uno. Una scelta che ha
garantito enormi economie di scala, ma che oggi
si sta trasformando in un boomerang strategico.
È
la cosiddetta trappola
di localizzazione.
Monaco ha investito pesantemente per produrre in loco, ma proprio
questo radicamento rende oggi quasi impossibile e costosissimo
ridimensionare gli impianti quando il mercato rallenta. Inoltre,
essere presenti in Cina non significa più essere competitivi. Il
prestigio storico dei marchi tedeschi non basta più per fare breccia
sui clienti orientali.
I marchi locali praticano listini
imbattibili sostenuti da una spietata guerra promozionale e sfornano
e aggiornano modelli a velocità doppie rispetto agli standard
europei. La preferenza del pubblico si è spostata su auto
iper-connesse e native elettriche, settori in cui Pechino gioca in
casa.
BMW sta provando ad adattarsi al modello cinese per
salvare la pelle, ma paga uno scotto culturale. Sta mantenendo
l'ingegneria tedesca ma spostando in Asia la progettazione, il
testing di batterie e software ma in questo modo sta perdendo
centralità industriale, mentre la Cina incassa know-how, occupazione
qualificata e rafforza il proprio ecosistema. I recenti cali di
vendite dimostrano che essere fisicamente presenti in Cina non
significa assolutamente poter competere sul terreno del prezzo e
dell'innovazione pura.
Un’onda
lunga che travolge tutti
Il
ridimensionamento della presenza in patria è la diretta conseguenza
di questa spaccatura. BMW è infatti solo l'ultimo tassello di un
mosaico che continua a sfaldarsi.
Porsche ha già messo a conto
altri 5.000 tagli da qui al 2035, portando il totale delle uscite
previste a quasi 9.400 lavoratori.
Volkswagen continua a
ragionare su ridimensionamenti imponenti che rischiano di coinvolgere
molte decine di migliaia di persone.
Mentre le scommesse
azzardate sul mercato asiatico si rivelano un'arma a doppio taglio,
il conto viene presentato sempre agli operai sulle linee tedesche ed
italiane.
Dalle
fabbriche alle urne. La destra e la propaganda reazionaria contro la transizione ecologica
Tutto
questo non resta confinato tra le pareti dei capannoni, ma straborda
con violenza nel dibattito politico. Per capirne la portata basta
guardare alla Sassonia, cuore battente dell'industria automobilistica
dell'Est tedesco, che si appresta a votare in un clima di profonda
spaccatura sociale.
Lì si sta consumando un vero e proprio
cortocircuito ideologico. La
destra politica e frange del sindacalismo conservatore sono riuscite
a inquinare e avvelenare un dibattito fondamentale come quello sulla
giusta e necessaria transizione ecologica.
Attraverso una spietata operazione di propaganda, l'ambientalismo
sociale è stato
trasformato nel capro espiatorio perfetto,
accusato ingiustamente di smantellare l'apparato produttivo.
Un abile scaricabarile che serve a nascondere la vera matrice della
crisi ossia la fallimentare gestione del modello economico
neoliberista, fatta di delocalizzazioni selvagge, dividendi
distribuiti a pioggia e mancate strategie industriali a lungo
termine.
Questa narrazione tossica ha cavalcato le paure
dei lavoratori, traducendosi in un terremoto politico drammatico.
Il
crollo dei partiti tradizionali: La CDU, incapace di offrire risposte
alle contraddizioni del mercato libero, crolla dal 37,1% del 2021 al
22,8% dei sondaggi attuali.
Il partito di estrema destra
AfD (Alternative für Deutschland), che sta strumentalizzando la
rabbia sociale e colpevolizzando le politiche ambientali, vola dal
20,8% a un impressionante 41,6%. È un partito che difende in maniera
strenua le politiche neoliberiste, che secondo chi scrive sono
assolutamente la causa prinincipale della attuale crisi, e usa
ossessivamente una retorica anti-immigrazionista e islamofobica.
Chi
ha guidato la ristrutturazione neoliberista ha dato per scontato che
la stabilità formale della fabbrica avrebbe garantito la tenuta
democratica. Oggi quel patto sociale è distrutto. Continuare a
derubricare il voto della Germania orientale a semplice "estremismo"
significa nascondersi dietro una foglia di fico. Il
vero nodo da sciogliere è la resa dei conti di un modello economico
che ha svuotato il lavoro per tutelare i profitti, regalando la
classe lavoratrice alle sirene della destra reazionaria.
Servono
conversioni ecosocialiste, non semplici aggiustamenti di
mercato
Mantenere
in piedi la struttura industriale e occupazionale europea in questa
fase storica non è una questione di semplici incentivi o di piccoli
correttivi marginali. Richiede una rottura drastica e un cambio
totale di prospettiva culturale e politica. Serve abbracciare una
visione ecosocialista delle produzioni.
Non si tratta più
soltanto di dare voce alle condivisibili richieste immediate della
filiera, come quelle sollevate da sigle come l'ANFIA per contenere i
costi energetici, semplificare l'accesso ai fondi di ricerca per le
PMI e vincolare i contributi pubblici alla tenuta dei posti di
lavoro. Occorre andare molto più a fondo. Tenere in vita il tessuto
produttivo significa ribaltare le gerarchie economiche finora
dominanti.
Significa dare centralità alle persone ed alla
salute. Il valore di ciò che produciamo deve smettere di essere
misurato esclusivamente sul margine di profitto o sui dividendi
azionari. Al centro della politica industriale devono esserci la
dignità dei lavoratori, la qualità della vita, il benessere della
collettività e la tutela dei territori contro l'inquinamento e la
devastazione ambientale.
La riconversione della filiera
automobilistica deve essere guidata da un piano etico che non può
che essere pubblico. La produzione deve orientarsi verso beni e
tecnologie a basso impatto, utili alla collettività, garantendo la
salute di chi vive attorno ai poli industriali e di chi lavora
all'interno delle fabbriche.
Un'etica della produzione
contro la logica del profitto significa che i finanziamenti pubblici
e gli aiuti alla riconversione non possono più finanziare le manovre
finanziarie dei colossi industriali ma devono essere legati a clausole
sociali e ambientali vincolanti. Chi prende risorse collettive deve
restituire stabilità lavorativa, sicurezza sanitaria e impatto
ecologico positivo.
Continuare a gestire la crisi con le
vecchie ricette del liberismo e dei tagli lineari significa
condannare l'Europa alla deindustrializzazione e alla destra razzista
che sta correndo in soccorso del sistema neoliberista e anti-operaio.
Soltanto un paradigma ecosocialista capace di rimettere l'ambiente,
l'etica, la classe lavoratrice, la cittadinanza e la salute davanti
all'interesse del capitale, potrà salvare i nostri posti di lavoro e
garantire una transizione davvero democratica e
desiderabile.
FELISIANO BRUNI, COLLETTIVO OPERAIO MO
AVAST! BARI

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