Lavoro e ricatto. Osnabrück, la Guerra contro la working class

 


Germania, bassa Sassonia, stabilimento Volkswagen. Il destino di migliaia di famiglie viene deciso in un consiglio d'amministrazione, tra un fondo d'investimento e uno Stato, senza che nessuno abbia mai chiesto agli operai se vogliono passare il resto della loro vita lavorativa a costruire strumenti di morte. Questo momento è arrivato a Osnabrück.

Centoventicinque anni di storia industriale, migliaia di lavoratori, generazioni che hanno costruito automobili, un bene quantomeno discutibile in un mondo che dovrebbe smettere di bruciare petrolio, ma pur sempre un bene di pace. Tutto questo viene ora piegato a un disegno diverso e la fabbrica passa nelle mani del fondo Aurelius e dello Stato tedesco per produrre componenti di sistemi d'arma, in una filiera legata a Rafael, colosso israeliano della difesa. Non riconversione ecologica, niente “transizione giusta” ma riconversione bellica.

Il ricatto occupazionale come arma di classe

Il solito schemino. Si porta un'azienda sull'orlo della chiusura, poi si presenta l'unica via di scampo possibile come quella che fa più comodo al capitale, in questo caso quello dell'industria delle armi, settore in espansione strutturale “grazie” al riarmo europeo.

Ai lavoratori non resta che scegliere tra la disoccupazione e la fabbrica di guerra.

Anche dentro IG Metall, il sindacato tedesco dei metalmeccanici, questo ricatto ha prodotto tensioni reali. C'è chi, come la rappresentante di fabbrica Daniela Cavallo, ha salutato l'intesa come una svolta dopo due anni di incertezza, e chi, come il vicepresidente Jürgen Kerner, ha provato a porre condizioni, coinvolgimento sindacale, formazione, garanzie contrattuali, pur di non perdere altro terreno. Accettare le condizioni del ricatto non significa uscirne ma negoziare i termini della propria subordinazione. Non stupisce che voci critiche all'interno dello stesso movimento operaio tedesco abbiano ricordato come un sindacato che un tempo parlava di pace e disarmo si ritrovi oggi ad amministrare, sia pure a denti stretti, la trasformazione di una fabbrica di automobili in un anello della catena produttiva bellica.

La situazione italiana e le scorciatoie armate alla crisi industriale

Se in Germania la cogestione ha prodotto un compromesso doloroso, in Italia la FIOM-CGIL ha scelto una strada più netta. Al corteo del Primo Maggio 2026 a Torino, il sindacato ha smontato pezzo per pezzo la narrazione della riconversione bellica come salvezza per l'automotive in crisi. Decine di migliaia di posti persi nell'auto contro poco più di un migliaio creati nel comparto aerospazio-difesa. In sostanza la narrazione dellle riconversioni belliche è una vera e propria menzogna propagandistica. Se un Paese non riesce nemmeno a riconvertire l'automotive all'elettrico, tanto meno può pensare di riconvertirlo al militare. Dietro l'entusiasmo per le "nuove commesse della difesa" si nasconde spesso un modo per non affrontare la vera causa della crisi. Decenni di disinvestimento, delocalizzazioni, mancata pianificazione della transizione ecologica del settore automobilistico. Su questa linea si è schierata anche la UILM, che ha definito lo stesso schema ossia spacciare il riarmo come cura per la crisi dell'auto, un piano non realistico, al di là di ogni considerazione politica e morale.

E quando la stessa logica si è affacciata su vertenze concreto, penso al caso Pierburg di Livorno, dentro l'orbita di un gruppo come Rheinmetall sempre più orientato al militare, la FIOM ha rifiutato una vendita senza garanzie, denunciando che i lavoratori italiani rischiano di pagare il conto di una riorganizzazione decisa altrove, in nome di profitti legati alla guerra.

Il sindacato non è uno, e vale la pena dirlo

Sarebbe disonesto da parte di chi scrive, e anche poco utile, raccontare il fronte sindacale italiano come compatto. Non lo è. Mentre FIOM-CGIL e UILM bocciano senza appello l'idea che le armi possano curare la crisi dell'automotive, la FIM-CISL ha preso, nello stesso dibattito, una strada opposta. Il suo segretario generale, Ferdinando Uliano, ha detto chiaramente che il suo sindacato non è mai stato contrario per principio alla riconversione militare, e che se emergono opportunità di sviluppo e occupazione non c'è motivo di tirarsene indietro; ha aggiunto che sarebbe sbagliato "colpevolizzare" le aziende che valutano questa strada, perché l'alternativa, altrimenti, sarebbe comprare i sistemi d'arma da paesi terzi.

È un dettaglio che conta, e conferma esattamente la dinamica che questo articolo denuncia. Il ricatto occupazionale non produce un fronte operaio unito contro la militarizzazione, ma spacca il movimento sindacale lungo la faglia più prevedibile, quella tra un sindacalismo minimamente conflittuale che tiene il punto sui principi (FIOM, UILM) e un sindacalismo totalmente concertativo che, in nome del pragmatismo e dell'"opportunità industriale", finisce per legittimare la logica del riarmo come normale politica industriale. È lo stesso schema, del resto, che dentro IG Metall separa chi accetta la riconversione come male minore da chi ne conserva memoria critica.

Non è un'eccezione: la stessa frattura da Pomigliano a Taranto

Quello che succede oggi sulla difesa non è un episodio isolato ma l'ultima puntata di una spaccatura che attraversa da anni il sindacalismo metalmeccanico italiano, e che vale la pena ricostruire perché dice molto sui rapporti di forza reali dei lavoratori. Il precedente più noto è quello di Pomigliano e Mirafiori, nel 2010-2011 quando Fiat mise sul tavolo accordi che riducevano diritti e margini di contrattazione in cambio di nuovi investimenti, FIM, UILM, UGL e Fismic firmarono, la FIOM no. L'accordo separato conteneva clausole che escludevano dalla rappresentanza sindacale in fabbrica chi non l'aveva firmato, tagliando fuori la FIOM dai diritti sindacali di base. Landini parlò apertamente di ricatto contro i lavoratori. Da lì in avanti, "firmare o non firmare" è diventato lo strumento con cui le aziende hanno imparato a spaccare il fronte sindacale ogni volta che serviva.

Alla ex Ilva di Taranto la stessa dinamica si è ripresentata più volte, anche se, ed è un dettaglio che completa il quadro senza semplificarlo, non sempre con lo stesso schieramento. Nel 2023, ad esempio, a non firmare l'accordo sulla cassa integrazione è stata la UILM, mentre FIM e FIOM hanno sottoscritto insieme. Questo conferma che non si tratta di un blocco ideologico fisso, ma di una fragilità strutturale del fronte sindacale che si ricompone di volta in volta lungo linee diverse, sempre però a vantaggio della controparte datoriale. Ogni volta che il sindacalismo dei metalmeccanici si presenta diviso al tavolo, chi decide, l'azienda o il governo, ha gioco più facile a imporre la propria agenda, che si tratti di tagli, di cassa integrazione o, come oggi, di riconversione bellica.

Ridurre tutto questo alle sole posizioni spesso più accomodanti della FIM, come si potrebbe essere tentati di fare, sarebbe però una scorciatoia. C'è un problema più profondo, che riguarda la forma stessa che il sindacalismo confederale ha assunto negli ultimi decenni e di cui il collettivo di cui faccio parte ha ampiamente scritto, ossia una progressiva burocratizzazione degli apparati, la trasformazione dei gruppi dirigenti in ceti professionali di mediazione permanente con le controparti istituzionali, l'affievolirsi della democrazia di base e delle assemblee di fabbrica come luogo reale di decisione. Un sindacato strutturato per negoziare stabilmente con lo Stato e con le imprese, più che per organizzare la vertenzialità, tende fisiologicamente a privilegiare l'accordo che tiene aperto il tavolo rispetto alla rottura che lo mette in discussione, indipendentemente dall'orientamento politico della sigla. È per questo che la stessa frattura, a distanza di quindici anni, si ripropone da Pomigliano a Taranto fino a Osnabrück. Non è (solo) un problema di collocazione politica di questa o quella sigla, ma di una forma organizzativa che ha smesso di produrre unità dal basso e la ricerca, quando va bene, dall'alto e cioè troppo tardi, e troppo debolmente, per cambiare davvero i rapporti di forza.

Perché la produzione di armi non è mai una politica industriale

Da una prospettiva ambientalista e pacifista, il punto non è solo salvare i posti di lavoro nel modo giusto invece che nel modo sbagliato. Il punto è che l'industria bellica è, per sua natura, la negazione di ogni conversione ecologica. Ogni euro, ogni ora di lavoro, ogni competenza tecnica dirottata verso sistemi di difesa aerea è un euro, un'ora, una competenza sottratta alla vera transizione che servirebbe. Treni, reti elettriche, isolamento termico, mobilità pubblica, energie rinnovabili. Le armi non si riciclano, non abbattono le emissioni, non costruiscono un futuro abitabile ma producono, quando va bene, deterrenza; quando va male, guerra, morte, distruzione ambientale nei territori dove vengono usate.

Il paradosso di Osnabrück è quello di una fabbrica che fino a ieri produceva un simbolo (per quanto controverso) della mobilità di massa europea ma che da ora diventerà un tassello della macchina bellica continentale, mentre l'Europa continua a mancare ogni obiettivo serio di conversione ecologica delle preoduzioni.

L'etica delle produzioni contro la legge del profitto

C'è una domanda che il capitalismo industriale, per sua natura, non si pone mai: vale la pena produrre questo? Nella logica del capitale, una fabbrica non ha una vocazione, ha solo un tasso di rendimento. Se conviene di più produrre missili che automobili, si producono missili ma se un giorno converrà di più produrre qualcos'altro, si produrrà quello. Il valore d'uso di ciò che esce dai cancelli non entra mai nel calcolo. Conta solo il valore di scambio, il margine, il contratto firmato. È esattamente questa cecità etica, presentata come "neutralità del mercato", a rendere possibile che una fabbrica di auto diventi in pochi mesi una fabbrica di sistemi d'arma senza che nessuno, nei consigli d'amministrazione, si senta in dovere di discuterne la legittimità.

Rimettere l'etica della produzione al centro significa rovesciare questa gerarchia. Prima ancora di chiedersi se un investimento è redditizio, chiedersi a cosa serve, chi ne beneficia, chi ne paga il prezzo, cosa lascia sul territorio e nell'atmosfera. Non è un'idea astratta ma ha una storia concreta nel movimento operaio, quella dei lavoratori della Lucas Aerospace nel Regno Unito che negli anni Settanta, di fronte alla minaccia di licenziamenti nell'industria bellica e aerospaziale, elaborarono da soli un piano alternativo per riconvertire la produzione verso beni socialmente utili, dai dispositivi medici ai sistemi di trasporto a basso impatto, dimostrando che le stesse competenze tecniche usate per fabbricare armi possono produrre altro, se a decidere cosa si produce non è solo l'azionista ma anche chi lavora e chi subisce le conseguenze di quella scelta.

È questo il salto che manca, oggi, a Osnabrück come a Taranto e cioè pretendere che la riconversione non risponda solo alla legge del profitto o alla convenienza geopolitica del momento, ma sia sottoposta a un giudizio pubblico su cosa è giusto produrre. Un consiglio di fabbrica, un sindacato, una comunità territoriale dovrebbero poter dire no a un piano industriale non solo perché taglia posti di lavoro, ma perché ciò che quel piano produce è eticamente inaccettabile, che si tratti di armi, di sostanze inquinanti o di beni pensati per l'obsolescenza programmata. Finché questo giudizio resterà fuori dal perimetro delle decisioni economiche, riservato al massimo a un comunicato sindacale successivo, il capitale continuerà a scegliere per tutti cosa vale la pena produrre e i lavoratori continueranno a trovarsi, come a Osnabrück, davanti al fatto compiuto.

Riprendersi la decisione: autogestione, non delega

Se il problema è la burocratizzazione degli apparati sindacali, la distanza crescente tra chi decide al tavolo e chi subisce le conseguenze in officina, allora la risposta non può essere solo "un sindacato più combattivo" al posto di uno più concertativo. I lavoratori devono riprendersi direttamente gli spazi di decisione, dentro e fuori la fabbrica, senza bisogno di un'intermediazione sindacale, politica o istituzionale, che parli al posto loro e che, come si è visto da Pomigliano a Osnabrück, può sempre trattare, cedere, o dividersi in loro assenza.

Dentro la fabbrica questo significa tornare a un'idea antica ma tutt'altro che esaurita. L'assemblea come luogo reale di decisione, non come rito da convocare a cose fatte per ratificare un accordo già scritto altrove.

Fuori dalla fabbrica, lo stesso principio vale per il territorio che vive delle conseguenze di quella produzione. Chi respira l'aria di un polo industriale, chi subisce la militarizzazione economica della propria città, ha titolo a decidere insieme ai lavoratori cosa è accettabile produrre nel proprio territorio, con assemblee popolari e comitati di cittadini che dialoghino alla pari con i consigli di fabbrica, non con delegazioni istituzionali che parlano a nome loro senza mandato reale. È l'unico modo per rompere l'isolamento in cui il ricatto occupazionale prospera. Quando la scelta tra "lavoro o disoccupazione" si gioca solo dentro i cancelli, il lavoratore perde sempre; quando diventa una scelta collettiva del territorio su che tipo di sviluppo vuole, il ricatto perde forza.

Non è nostalgia operaista ma mera constatazione storica dove si evince che ogni volta che la decisione resta appaltata a un livello di mediazione superiore, il sindacato confederale, il ministero, il tavolo di crisi a Palazzo Chigi, i lavoratori arrivano sempre dopo, a ratificare accordi già scritti da altri sulla propria pelle. Riconquistare l'autogestione, dentro e fuori i posti di lavoro, non è un'opzione tra le altre ma la precondizione perché l'etica della produzione discussa nel paragrafo precedente possa davvero contare qualcosa, invece di restare un auspicio scritto in un comunicato sindacale il giorno dopo la firma.

Non due fronti, ma una stessa frattura che attraversa i confini

Il quadro reale, a guardarlo bene, non è quello di un blocco sindacale tedesco pragmatico contro un blocco sindacale italiano intransigente. È più scomodo, e più interessante. La stessa frattura tra accomodamento e rifiuto attraversa entrambi i paesi. In Germania, IG Metall si divide tra chi amministra la riconversione come male minore e chi ne conserva memoria critica. In Italia, FIOM-CGIL e UILM respingono la militarizzazione come falsa soluzione, mentre la FIM-CISL la accoglie come opportunità industriale legittima. Nessuno di questi fronti, va detto onestamente, ha finora saputo imporre un'alternativa reale.

Ma è proprio in questo vuoto, tra chi amministra il ricatto e chi lo accoglie come opportunità, da un lato, e chi prova a negarne la legittimità, dall'altro, che si misura l'urgenza di una politica industriale diversa, partecipata , orientata a produzioni ecologiche, che non lasci mai più ai lavoratori la sola scelta tra la disoccupazione e la fabbrica di armi.



Felisiano Bruni Collettivo Operaio Mo Avast! Bari


Commenti

Post popolari in questo blog

Taranto non è sacrificabile. L’ex ILVA tra ambiguità ed eterni ricatti.

Una Sinistra (senza) Rotta. Il "Campolarghismo" politico e sindacale.