Una Sinistra (senza) Rotta. Il "Campolarghismo" politico e sindacale.
C'è un cancello, nella zona industriale di Modugno, che racconta meglio di qualsiasi comunicato la verità di questi giorni. Prima una catena e due lucchetti, poi rimossi in fretta per non dare troppo nell'occhio. Poi, silenziosamente, una serratura nuova di zecca. Nessun annuncio, nessuna assemblea, nessuna trattativa. Solo un pezzo di metallo che parla più chiaro di qualunque tavolo istituzionale. È lì, proprio in quella serratura, che si misura il rapporto di forza reale tra capitale e lavoro alla Brovedani, ed è lì che bisognerebbe partire per capire quanto sia fuori fuoco l'intera geografia politica e sindacale che in questi giorni si affanna a commentare la vicenda, dal PRC provinciale fino ai vertici nazionali della Fiom.
Perché bisogna prenderne atto senza grandi discussioni che i cosiddetti datori di lavoro non discutono ma comunicano. Non trattano, informano. Arrivano al tavolo già con la sentenza scritta. Il cliente ha ritirato la commessa, i costi non sono competitivi, punto e basta, e i rappresentanti delle istituzioni e quelli sindacali, complici o innocui che siano, si limitano a fare da notai di un funerale quasi sempre già celebrato. Quarantaquattro lavoratori e lavoratrici lasciati ad aspettare l'ennesimo tavolo, l'ennesimo ammortizzatore sociale, mentre fuori, nel piazzale, restano soltanto un cancello chiuso e una promessa di cassa integrazione.
Il comunicato del PRC e la liturgia della richiesta
Leggiamo con
attenzione quanto scritto dalla Federazione provinciale di
Rifondazione Comunista di Bari, perché è utile, in negativo, per
capire cosa manchi nel dibattito di questi giorni. Il PRC chiede alla
Brovedani, cioè a chi ha già deciso di andarsene, di riconvertire
lo stabilimento, di portare nuove commesse, o come ultima ipotesi di
cercare un nuovo acquirente. Si chiede, si domanda, si implora
un'azienda che ha già tolto la corrente e cambiato la serratura di
fare la cortesia di ripensarci. È la stessa liturgia recitata da
decenni davanti a ogni fabbrica che chiude, la richiesta accorata a
un padrone di essere meno padrone, l'appello alla ragionevolezza di
un soggetto la cui unica ragione è il profitto. Chiedere al datore
di lavoro di reindustrializzare è come chiedere all'acqua di non
essere bagnata. Non è nella sua natura, perché la sua natura è
l'accumulazione, non il bisogno sociale di quarantaquattro famiglie
di Modugno.
Siamo dinnanzi ad uno stabilimento il cui svuotamento
era prevedibile e doveva essere previsto dai delegati sindacali e
dalle segreterie, i quali ci pare abbiano accompagnato questo declino
gestendo passivamente gli ammortizzatori sociali, esattamente come
avviene in altre fabbriche a pochi chilometri dallo stabilimento
della Brovedani.
C'è poi la
retorica della "mancata transizione ecologica", trattata
come un evento atmosferico piovuto addosso agli operai per sfortuna,
e non come l'esito prevedibilissimo di un’operazione lasciata
interamente nelle mani del mercato e delle multinazionali dell'auto.
Un partito “comunista” degno di questo nome non può limitarsi a
lamentare che "manca" una politica industriale statale per
l'auto, come se il problema fosse la cattiva gestione di un governo
di destra e non la logica stessa della produzione capitalistica
dell'automobile privata.
Questa impostazione è pura illusione
riformista. Le aziende non
riconvertono per bontà o per decreto ministeriale.
Continuare ad affidare il futuro di 44 famiglie alla buona volontà
dell'impresa o alle passerelle nei ministeri (Mimit e Regione) serve
solo a disinnescare la rabbia sociale. La riconversione ecologica e
la tutela dell'occupazione si impongono solo ed esclusivamente
imponendo costi politici
ed economici alla proprietà,
attraverso la vertenzialità sui luoghi di lavoro e la pressione
sociale diretta.
La Fiom e gli applausi al Colle come programma politico
Se il comunicato locale del PRC è il sintomo minore, l'editoriale di Michele De Palma sul Corriere della Sera del 24 agosto, dopo i fischi a Meloni e gli applausi a Mattarella a Taranto, ne è la versione compiuta, portata al livello nazionale con tutta l'autorevolezza del segretario generale della Fiom. E proprio per questo merita una lettura più spietata.
De Palma definisce
le contestazioni alla premier una manifestazione democratica, fischi
paragonati a “fuochi di segnalamento” lanciati allo Stato da una
popolazione rimasta nell'oblio, ma nello stesso respiro si affretta a
togliere ogni carica a quella rabbia. Avverte che chi sta
all'opposizione non può trasformare quel dissenso in consenso per
sé, e invita a concentrarsi piuttosto sugli applausi rivolti al
Presidente della Repubblica. È qui che si vede a nudo il meccanismo
del “campolarghismo”.
La rabbia operaia viene raccolta,
nobilitata a parole, e immediatamente incanalata non verso un
conflitto rivendicativo, ma verso l'istituzione più neutra e più
incapace di incidere sui rapporti di proprietà che esista nella
Repubblica ossia il Quirinale.
Ancora più rivelatore è l'orizzonte che De Palma indica come soluzione. L’applicazione della Costituzione, in particolare le parole di Mattarella sull'impegno nazionale per occupazione, salute e sviluppo di Taranto, e l'invito a un confronto tra istituzioni, da Palazzo Chigi al Parlamento, dalle Regioni ai Comuni, per verificare quali industriali abbiano un interesse reale a investire. Tradotto dal linguaggio istituzionale. la soluzione alla crisi dell'ex Ilva non sta nello spezzare il potere di decisione dei privati sulla fabbrica più inquinante e più strategica del Paese, ma nel convincerli, con più tavoli e più garanzie pubbliche, a tornare a investirci i propri capitali. È lo stesso schema Brovedani, semplicemente più grande. Si chiede al capitale di essere più illuminato.
Non stupisce che, nello stesso editoriale, De Palma richiami l'articolo 41 della Costituzione e parli di una "democrazia economica partecipata". È la formula perfetta del campolarghismo ossia evocare parole come “democrazia, partecipazione” per svuotarle del loro possibile contenuto conflittuale. Una vera democrazia economica non si "partecipa" tra un tavolo Invitalia e un consiglio d'amministrazione ma si conquista togliendo ai privati il potere di decidere se e come si produce acciaio, auto o componentistica. Chiedere partecipazione dentro una cornice che lascia intatta la proprietà privata dei mezzi di produzione è come chiedere di votare sull'arredamento della cella restando comunque chiusi dentro.
"Fermare l'auto-distruzione": ma di chi è la distruzione?
Anche il titolo con cui la Fiom nazionale ha rilanciato le sue proposte per il settore auto, "fermare l'autodistruzione", citando Zirpoli, merita una lettura critica. Rileviamo in questo articolo apparso su il Sole 24 Ore una sorta di tentativo di individualizzare la crisi del settore automotive italiano in un suicidio per un difetto di carattere, mentre noi pensiamo che la crisi sia il frutto della semplice logica di un capitale transnazionale che sposta produzione, chiude stabilimenti e scarica costi dove gli conviene, esattamente come la Brovedani ha fatto spostando le commesse da Modugno a Padova. Al netto del gioco di parole che dà il titolo al libro di Francesco Zirpoli, si tratta di una distruzione decisa a tavolino da chi possiede le fabbriche, con la mancanza di visione di chi ci lavora dentro e di chi dovrebbe difendere i lavoratori e le lavoratrici. Camuffarla da fenomeno impersonale "il sistema", "la desertificazione industriale" è un altro modo per scantonare le reali responsabilità.
E infatti la ricetta che la Fiom ripete di vertenza in vertenza ossia : mettere insieme i tavoli, chiedere al Governo di convocare i vertici aziendali, vincolare risorse pubbliche al rilancio, chiedere agli "industriali che hanno interesse reale" di investire, è sempre la stessa, dall'automotive all'ex Ilva fino, in scala ridotta, alla Brovedani di Modugno. Il sindacato confederale come mediatore tra Stato e capitale, mai come organizzatore di un posizionamento operaio autonomo capace di imporre le proprie condizioni. È significativo che nello stesso editoriale su Taranto si parli di "responsabilità" dei metalmeccanici quasi a scusarsi per gli scioperi fatti in passato per salute e ambiente, come se il vero rischio da scongiurare fosse apparire "irresponsabili" agli occhi del sistema, e non piegare finalmente quel sistema alle esigenze di chi vive di lavoro.
Il filo che lega Modugno, Taranto e Torino
Non è un caso che questo linguaggio attraversi in modo identico vertenze così diverse per dimensione, quarantaquattro lavoratori a Modugno, migliaia a Taranto, l'intero settore auto nazionale. È il segno che non ci troviamo di fronte a episodi isolati di debolezza sindacale, ma a un metodo politico condiviso da un pezzo largo di sinistra istituzionale e sindacale. Quello che potremmo chiamare, appunto, campolarghismo. Un atteggiamento che scambia l'unità dei "riformisti ragionevoli", dal PD ai sindacati confederali, passando per un PRC che si accoda alla stessa grammatica delle richieste, per l'unico terreno praticabile, e che considera ogni ipotesi di rottura (nazionalizzazione senza indennizzo, esproprio degli impianti abbandonati, autogestione operaia) come un'ingenuità estremista buona solo per i comunicati, mai per la pratica reale.
Mentre si moltiplicano tavoli, editoriali sui giornali, richiami alla Costituzione e appelli alla responsabilità nazionale, le fabbriche chiudono lo stesso, le serrature cambiano lo stesso, e i lavoratori restano soli davanti al cancello. Il teorema del campolarghismo è lo stesso dell’unità sindacale e non ha mai realmente fermato una sola chiusura, perché non ha mai messo in discussione la premessa comune a tutte le crisi industriali di questo Paese ossia che sia il mercato, e non il bisogno sociale, a decidere cosa si produce, dove, e per chi.
Serve costruire solidarietà e convergenza reale tra tutte le vertenze, da Modugno a Taranto, da Melfi a Padova, perché la logica della competizione tra territori si spezza solo con una lotta unica, non con tavoli separati gestiti separatamente da burocrazie sindacali che parlano la stessa lingua istituzionale.
Serve, infine,
smettere di scambiare gli applausi al Presidente della Repubblica per
un programma politico. Ai lavoratori e alle lavoratrici non serve
vicinanza a parole, ma la disponibilità concreta a costruire insieme
i prossimi passi di lotta, fuori dalla logica dei comunicati e dei
tavoli che si consumano lontano dal cancello di Modugno. Perché quel
cancello, con la sua serratura nuova, non si riapre con un appello al
buon cuore del padrone. Si riapre, se si riapre, con la forza
organizzata di chi ci lavora dentro e con una sinistra che smetta
finalmente di scambiare la mediazione per una rotta.

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