Il Caso Taranto e i lavoratori usati come totem. Un teorema che comincia a scricchiolare.

 




C'è una scena che si ripete a ogni crisi industriale italiana, sempre uguale a se stessa. il totem viene issato, le telecamere si accendono, e per qualche settimana i lavoratori diventano come reliquie. Poi il totem torna in fabbrica dove la realtà è completamente differente e fuori si ricomincia a parlare d'altro. La Corte d'Appello di Milano ha appena confermato la chiusura dell'area a caldo dell’ex Ilva di Taranto entro il 28 ottobre e il diritto alla salute è stato dichiarato prevalente su quello di esercitare l'attività d'impresa, ed il rito si ripete puntuale. Solo che stavolta, forse, qualcuno dovrebbe accorgersi che il totem ha le gambe che scricchiolano.

Siamo chiari: quando 28 aziende dell'indotto avviano le procedure di licenziamento per 2.500 persone in previsione della chiusura dell'area a caldo entro ottobre, non c'è ironia che tenga. È un dramma vero, fatto di mutui e di stipendi che non arrivano. Ma proprio perché è un dramma vero, forse merita di essere raccontato senza il filtro consolatorio che disegna gli "operai vittime, punto e basta", che da decenni funziona come un'anestesia collettiva e cioè previene il dolore ma anche la diagnosi.

La favola che va per la maggiore, soprattutto a sinistra, è che c'è un capitale cattivo che delocalizza, uno Stato codardo che non investe, una magistratura che chiude tutto per eccesso di zelo ambientalista, e in mezzo, incolpevoli, i lavoratori. Tre indiziati, zero imputati con la tuta blu. È una narrazione comoda, ha il vantaggio di non disturbare nessuno, e lo svantaggio di essere, appunto, una favola.

Perché la verità meno fotogenica è che il modello Ilva “produci comunque, respira dopo, firma sempre” non è piovuto dal cielo come una sentenza della Corte d'Appello. È stato costruito accordo su accordo, assemblea su assemblea, tessera su tessera, per decenni, con la complicità organizzata di rappresentanze sindacali che hanno scelto sistematicamente la pace sociale al conflitto. Non per viltà personale di nessuno, ma per una logica di sistema che ha sempre anteposto il salario di oggi alla salute di domani. E quando qualcuno ha davvero rotto quello schema, i “Genitori Tarantini” , il “Comitato Cittadini Liberi e Pensanti”, le realtà sociali cittadine, le perizie epidemiologiche, i tarantini che si sono ammalati e hanno seppellito i loro morti, la cittadinanza attiva che ha portato in tribunale ciò che la fabbrica preferiva tenere sottotraccia il sindacato e i lavoratori non erano in prima fila ma lo era la città, fuori dai cancelli.

Ed è qui che il ragionamento deve fare un passo in più, quello che nessun comunicato sindacale farà mai da solo. Se i rapporti di forza dentro la fabbrica restano quelli che sono, con le linee decise altrove, nelle segreterie nazionali, da funzionari la cui carriera prosegue indipendentemente dai disastri, allora l'unico argine possibile lo devono costruire i lavoratori stessi, come limite etico individuale e collettivo prima ancora che come rivendicazione contrattuale. Non è vero che si può produrre qualsiasi cosa, in qualsiasi modo, purché firmato in un accordo. C'è una differenza morale, non solo sindacale, tra chiedere garanzie sociali e chiedere di continuare a produrre amianto e diossina con lo sconto sulla salute del quartiere Tamburi. Aspettare che sia la direttiva nazionale a stabilirlo, prima o poi, significa aspettare per sempre. Chi sta dentro l'altoforno lo sa meglio di chi sta dietro una scrivania romana, e quel sapere, cosa si produce, come, a quale prezzo ambientale, non può essere delegato in bianco a chi il fumo non lo respira.

C'è poi un secondo rischio, più subdolo, che si sta affacciando proprio ora che il "tavolo" a Palazzo Chigi discute di piani industriali e di partecipazione pubblica. La tentazione di risolvere la crisi riconvertendo pezzi di capacità produttiva verso l'industria della difesa. Non è un'ipotesi per,egrina, Federmeccanica lo scrive nero su bianco, indicando la spesa militare crescente degli Stati europei come argomento a favore del rilancio dell'acciaio italiano, ad esempio. È comprensibile, dal punto di vista industriale. La domanda c'è, cresce, e non aspetta la transizione ecologica di nessuno. Ma un territorio già ricattato per decenni dal lavoro, "o questa fabbrica o niente", rischia di ritrovarsi ricattato una seconda volta, stavolta con l'argomento ancora più difficile da rifiutare: "o produci per la difesa o non produci affatto". È lo stesso meccanismo di sempre, solo con l'etichetta cambiata. Quando un territorio vive appeso all’uncino del sacrificio, ogni riconversione, verde, bellica, digitale, poco importa, diventa un ricatto travestito da opportunità, e la scelta etica su cosa si produce smette di essere una scelta per tornare a essere una condizione di sopravvivenza. Anche su questo, il sindacalismo di bandiera che si accontenta del "purché si lavori" ha una responsabilità che raramente si prende la briga di ammettere.

La buona notizia, se vogliamo cercarla, è che qualcosa si muove. È la crepa nel totem ossia l'ammissione, tardiva quanto si vuole, che il vecchio modello non si salva. Ma perché questa crepa diventi una porta, serve che anche chi rappresenta i lavoratori smetta di usare i rapporti di potere come alibi permanente e cominci a chiedere, con la stessa energia con cui chiede la cassa integrazione, un piano sociale, pulito ed etico invece che occupazione tossica travestita da conquista sociale e che lo chieda per quello che si produce e per come, non solo per quanti posti restano in piedi.

Finché certa sinistra continuerà a maneggiare "i lavoratori" come un'icona da baciare e non come una parte in causa, capace di errori, di complicità, di silenzi firmati in busta paga, ma anche capace, se vuole, di porsi da sé un limite etico che nessuna segreteria nazionale le imporrà mai, il totem resterà in piedi solo nei direttivi dei propri palazzi, nei congressi e nei comizi. Nella realtà di Taranto, tra un altoforno sequestrato e uno acceso in ritardo di un anno, il totem è già caduto. Bisognerebbe solo avere il coraggio di guardarlo per terra, bonificarlo e di scegliere che cosa costruirci sopra.





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