Ilva Taranto: l'appello di Stefano Sibilla del sindacato LMO (Lavoratori Metalmeccanici Organizzati) e i nodi che restano aperti
Davanti alla portineria D dello stabilimento, l'11 settembre, Stefano Sibilla, rappresentante sindacale di LMO, Lavoratori Metalmeccanici Organizzati, e lavoratore Ilva da 23 anni, ha girato un video che in poche ore ha fatto il giro dei gruppi e delle pagine social di Taranto. Vale la pena partire da lì, perché quel video dice qualcosa di più di un semplice appello, e perché si intreccia direttamente con quanto avevamo scritto nei giorni scorsi sulla vertenza.
Cosa dice il video
Sibilla parla a nome proprio, ma anche a nome di chi «non ha mai parlato, non ha mai denunciato» in tutti questi anni. Ringrazia gli avvocati che hanno seguito le cause legali, l'Associazione Genitori Tarantini, e i cittadini che si sono costituiti parte civile, undici, ricorda, più il piccolo Andrea. Sono i nomi di una battaglia legale lunga vent'anni, che ha portato fino alla Corte Europea per il diritto alla vita e alla salute di lavoratori oggi non più in vita.
Il quadro che ricostruisce è netto: «Si sono mangiati miliardi, si sono buttati miliardi su questi altoforni, debiti, fallimenti, due fallimenti. E questo è il risultato di oggi.» Il riferimento è alla scadenza del 28 ottobre, data dello spegnimento annunciato dai commissari dopo il rigetto del ricorso sulla Dichiarazione Ambientale, e a una storia che per Sibilla comincia molto prima: il 26 luglio 2012, quando il giudice Patrizia Todisco sequestrò gli impianti siderurgici, riconoscendo, come poi per Genova e Trieste, che quella produzione non era compatibile con la vita umana.
Il punto più importante del video, però, è politico prima ancora che tecnico: «Qui non voglio che ci sia odio, non voglio che si parli anche sui gruppi, sui social contro il cittadino o contro il lavoratore. Questo oggi è un problema di tutti.» E poi la chiamata ad un'assemblea unitaria lunedì 14 settembre, ore 10:00, sotto la portineria D, aperta a tutti i lavoratori, diretti e indiretti, per decidere insieme «la strada da percorrere». Le richieste che mette sul tavolo sono precise: una legge speciale per Taranto, un censimento delle esposizioni, il riconoscimento dell'amianto e del lavoro usurante, il prepensionamento, sulla base delle sentenze già ottenute, comprese quelle della Corte Europea del 2022.
Dove ci troviamo d'accordo
L'appello all'unità di Sibilla, il rifiuto di trasformare questa vertenza in una guerra tra poveri, cittadini contro lavoratori o lavoratore contro lavoratore, è esattamente quello che sosteniamo da tempo. I lavoratori non devono pagare per un disastro industriale che è stato prodotto da scelte politiche e imprenditoriali precise: due fallimenti, miliardi bruciati, e uno Stato che per anni ha scelto di proteggere la produzione più che la salute di chi ci lavorava e di chi abitava il quartiere Tamburi. Le richieste avanzate , censimento delle esposizioni, riconoscimento dell'amianto, lavoro usurante, prepensionamento, sono rivendicazioni giuste, che qualsiasi organizzazione sindacale seria dovrebbe fare proprie senza tentennamenti . Noi ci aggiungeremmo un ricollocamento pubblico dei lavoratori e delle lavoratrici nelle opere di bonifica e manutenzione del territorio. I lavoratori come sentinelle reali della tenuta ambientale del territorio.
Il nodo che il video non scioglie
Ma proprio perché condividiamo l'obiettivo, non possiamo far finta che la domanda che ponevamo nell'articolo precedente sia superata da un video, per quanto sentito e per quanto onesto nell'intento. Continuiamo a pensare che i lavoratori non debbano pagare le conseguenze di questo disastro, ma questo non significa che non abbiano responsabilità nella costruzione del modello sindacale che ha accompagnato vent'anni di rinvii, commissariamenti e promesse mancate che sono stati costruiti tessera su tessera e sostenuti nelle assemblee. I LAVORATORI QUINDI DEVONO APRIRE GLI OCCHI E RIDISCUTERE QUEL MODELLO.
L'assemblea di lunedì può essere un'occasione reale per rompere con quella logica, se diventa davvero uno spazio dove i lavoratori decidono e non uno spazio dove si ratifica una linea già scritta altrove. Ma sarà la pratica concreta di quell'assemblea , chi parla, chi decide, quali strumenti di lotta si scelgono, se si rompe davvero con la delega passiva agli apparati, a dirci se siamo di fronte a un cambio reale o all'ennesima mobilitazione che si esaurisce nell'emergenza del momento.
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