Una generazione intea sospera tra le onde. Il filo invisibile tra “Loro e Noi”
Da Casablanca e Marrakech a Taranto e Bari : il fallimento di un sistema che condanna i giovani all'esilio. La denuncia della Corrente Al Mounadila, movimento politico marocchino aderente alla Quarta Internazionale, e il parallelo con l'Italia dei giovani in fuga.
Ci
sono geografie che non compaiono sulle mappe ufficiali, fatte di
silenzi densi e attese infinite. Sono quei territori invisibili
abitati da chi ha smesso di contare gli anni e ha iniziato a
misurare il tempo in base a un'unica disperata speranza che è “la
partenza”. Nelle pieghe asettiche delle statistiche migratorie,
che spesso riducono il dramma umano a semplici cifre da aggiornare
nei bollettini quotidiani, si nascondono storie di vita sospese tra
la terraferma e il sogno di un domani che altrove sembra dovuto, ma
in quelle terre appare come un miraggio irraggiungibile.
Recentemente, il movimento politico marocchino Al Mounadila ha sollevato un grido di denuncia parlando di una generazione intera costretta a tentare l'impossibile tra le onde del Mediterraneo. Non si tratta di un semplice bilancio politico o di una fredda analisi economica. Il loro documento è il riflesso speculare di una realtà lacerante, in cui la fuga non rappresenta più il desiderio di un'avventura o la ricerca di facili fortune, ma si staglia nitida come l'unica via d'uscita rimasta.
"Quando la terra sotto i piedi diventa una prigione a cielo aperto, il mare non è più un confine da temere, ma l'ultima porta socchiusa verso la dignità."
Nei bar di quartiere, nelle periferie polverose e nei vicoli dove il futuro si consuma nell'attesa di un impiego che non arriverà mai, il domani è un lusso che nessuno può permettersi di comprare. I giovani marocchini descritti in questo appello non fuggono per ambizione sfrenata, ma per un'esigenza di sopravvivenza esistenziale. Vengono privati non solo del pane, ma della possibilità stessa di immaginarsi grandi, di progettare un affetto, di costruire una famiglia o semplicemente di camminare a testa alta nel proprio Paese.
E così, mentre le politiche di contenimento blindano le coste e alzano barriere di indifferenza, intere generazioni continuano a consegnare il proprio destino a delle barchette di carta, sfidando la furia delle acque. Quel braccio di mare che separa il Nord Africa dall'Europa cessa di essere un elemento geografico e diventa il giudice silenzioso del nostro tempo. Un abisso che riflette impietosamente il fallimento di un modello economico, della cooperazione globale e l'incapacità di garantire che il luogo di nascita non sia una condanna senza appello.
Ascoltare la denuncia che arriva dal Marocco significa smettere di considerare i migranti come flussi da gestire o emergenze da arginare ma riconoscerne finalmente il volto, la voce e il diritto inalienabile a non essere costretti a scegliere tra la morte in mare e la lenta estinzione della speranza a casa propria.
Il diritto di restare e la radice del malessere
Il cuore di questa denuncia risiede nella consapevolezza che la migrazione, in Marocco, sia diventata una necessità imposta dalla miseria e dall'assenza di diritti fondamentali. I giovani marocchini che si imbarcano non scappano solo da una disoccupazione pervasiva, ma da un sistema che sembra aver cancellato ogni loro spazio di manovra, rendendo la mera sopravvivenza un’impresa. Di fronte a questa emorragia umana, la risposta della politica internazionale e dei governi continua a muoversi lungo i binari miopi della sicurezza e del controllo. Si finanziano barriere, si pattugliano le rotte, si militarizzano le frontiere come se il desiderio di vivere potesse essere imbrigliato da un filo spinato o respinto da un decreto. Ma le analisi di movimenti come Al Mounadila ribaltano impietosamente questo tavolo deformato. Ci ricordano, con la forza cruda della realtà, che blindare i confini è un palliativo sterile, un tentativo ipocrita di medicare una ferita mortale con un cerotto. Finché si continuerà ad aggredire l'effetto ignorando la causa, ogni sforzo di contenimento sarà destinato a naufragare miseramente, esattamente come le vite che pretende di bloccare.
La vera rivoluzione concettuale, l'unica che possieda una reale prospettiva di umanità, non consiste nel decidere chi far passare e chi respingere, ma nel rendere possibile l’alternativa più naturale e negata pssia il diritto di restare.
Rivendicare questo diritto significa pretendere una trasformazione sociale ed economica profonda e radicale. Significa rimettere al centro la giustizia distributiva e sociale, vivere il mondo del lavoro come un qualcosa che riconosca il valore della persone, avere l’accesso garantito alla salute, all'istruzione e a istituzioni e sindacati che non siano percepiti come ostacoli, ma come presidi di tutela.
Restare nella propria terra non deve trasformarsi in un privilegio per pochi ricchi e garantiti o in una condanna alla miseria per molti, ma deve tornare a essere una scelta libera e dignitosa. Fino a quando i giovani del Marocco saranno costretti a scegliere tra l'annullamento silenzioso in patria e il rischio mortale del mare, nessuna frontiera sarà mai sicura e nessuna coscienza potrà dirsi davvero pulita. La radice del malessere non si estirpa con i muri, ma restituendo radici a chi le ha viste recidere.
Il filo invisibile tra “Loro e Noi”
È proprio in questo senso di smarrimento che si può tessere un filo sottile ma resistente che lega il Marocco all’Italia. Sebbene le geografie della disperazione siano profondamente diverse, da un lato il pericolo incombente del mare, dall'altro una fuga più silenziosa e burocratizzata, il sentimento che spinge i giovani a partire è tragicamente simile. Anche in Italia, migliaia di ragazzi e ragazze, formati e pronti a dare il loro contributo, scelgono di varcare le Alpi o l'oceano, stanchi di sbattere contro un soffitto di cristallo che nega loro un lavoro tutelato e dignitoso e salari equi.
Sia nel caso del giovane marocchino che del coetaneo italiano, la radice della frustrazione è una disillusione profonda verso il sistema paese. In Marocco, si soffre per la povertà, per la mancanza di servizi e di speranza quotidiana; in Italia, il dolore nasce dalla consapevolezza di un disinvestimento cronico, dove le ambizioni di una vita si scontrano con un modo ingiusto ed insostenibile di intendere il lavoro e con una stagnazione economica mortificante. Entrambi percepiscono un paese immobile, una nazione che, nonostante le differenze di ricchezza, sembra aver smarrito la capacità di nutrire le proprie promesse generazionali, spingendo i giovani a cercare fortuna altrove.
A dare forma tangibile a questo smarrimento ci sono i dati impietosi diffusi dai report di istituti come la SVIMEZ e l’ISTAT, che delineano i contorni di una vera e propria emorragia di capitale umano, specialmente dalle regioni del Mezzogiorno, una rotta obbligata dettata dalla disparità economica. Secondo le analisi SVIMEZ, infatti, in poco più di vent'anni il Meridione ha perso circa 350.000 giovani laureati under 35, impoverendo irrimediabilmente il tessuto sociale e produttivo del Sud.
I flussi si sdoppiano lungo due direttrici principali. Da un lato la mobilità interna verso il Centro-Nord e dall'altro la rotta internazionale verso i paesi europei (Germania, Regno Unito, Francia) e gli Stati Uniti. Solo nel giro di sei anni, il Sud ha registrato un passivo di oltre 150.000 giovani cervelli.
La spinta propulsiva a partire risiede in una forbice retributiva e occupazionale che non accenna a chiudersi. Al Sud l'occupazione giovanile e le retribuzioni restano al palo (la retribuzione media nel Mezzogiorno si aggira introno ai 1.570 euro, contro i 1.730 e oltre del Nord-Ovest), mentre il costo economico di questa diaspora per le regioni meridionali si traduce in miliardi di euro persi in investimenti formativi pubblici andati a beneficio di altri territori.
Guardare a queste traiettorie parallele, dai villaggi del Marocco alle piazze del Sud Italia, significa ammettere che il disagio giovanile globale parla la stessa lingua. Che si attraversi il Mediterraneo su un'imbarcazione di fortuna o si compri un biglietto di sola andata per Milano o Londra con un trolley e una laurea triennale o magistrale in tasca, la miccia è identica e consiste nel rifiuto di un presente senza prospettive e la ricerca disperata di un luogo che riconosca, finalmente, il valore della dignità umana.
Un patto sociale che si è spezzato
In definitiva, l'emigrazione giovanile non è mai una scelta a cuor leggero, ma la prova tangibile che un patto sociale si è spezzato. Quando le nuove generazioni, ovunque esse si trovino, sentono di non avere più posto nella casa in cui sono nate, il segnale è inequivocabile. Il monito di Al Mounadila, letto oggi insieme alla realtà italiana, ci ricorda che dietro ogni bagaglio che viene chiuso per partire, ci sono desideri negati e promesse tradite. Interrogarsi su queste fughe significa, in ultima analisi, chiedersi che tipo di futuro stiamo costruendo, o meglio, che tipo di futuro stiamo negando a chi, in questo presente, sente di non avere altra scelta che voltare pagina altrove.
Felisiano
Bruni – COLLETTIVO OPERAIO MO AVAST! BARI
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